Ricerca Scientifica

 

Gli articoli che potrai leggere in basso sono in ordine crescente di pubblicazione.


8 Marzo 2011

Su "Nature" uno studio sul glaucoma
L'inizio di una nuova era per la ricerca di soluzioni in grado di curare la neuropatia ottica

 Il glaucoma è una delle principali cause di cecità bilaterale. Su base planetaria, si calcola che nel 2020, a causa del glaucoma, circa 11 milioni di individui saranno affetti da cecità bilaterale.
La tendenza temporale all'incremento che si osserva per questa patologia è da ascrivere all'invecchiamento delle popolazioni dal momento che si osserva un'aumentata prevalenza del glaucoma con il progredire dell'età.
Ma un quadro ancor più drammatico si ottiene quando i dati sono scomposti per area geografica. Infatti, per quanto suscettibili di prevedibile variabilità, questi dati statistici assumono una valenza di catastrofe nei paesi in via di sviluppo e di grave problema socio-economico e clinico per i paesi industrializzati.
Tale deduzione risulta ancora più importante alla luce della limitata disponibilità di interventi farmaco-terapeutici per la cura del glaucoma.
Il glaucoma è una neuropatia ottica progressiva caratterizzata da escavazione della testa del nervo ottico con corrispondente perdita delle fibre nervose e riduzione del campo visivo.
La perdita delle fibre nervose è legata alla morte delle cellule ganglionari della retina (CGR) che danno origine al nervo ottico. La causa della morte delle CGR è sconosciuta, ma l'aumento della pressione intraoculare (PIO) è considerato il maggiore tra i fattori di rischio per il glaucoma. Indagini neurofarmacologiche condotte nel corso degli ultimi venti anni hanno documentato come l'accumulo extracellulare di glutammato, un aminoacido con funzione di neurotrasmettitore a carattere eccitatorio, attraverso l'attivazione di specifici recettori, sia responsabile dell'attivazione della cascata eccitotossica che porta a degenerazione e morte la CGR.
Tali avanzamenti della conoscenza di base hanno stimolato una vivace ricerca di farmaci attivi nel bloccare il processo eccitotossico che, tuttavia, la sperimentazione clinica ha dimostrato essere di bassa efficacia neuroprotettiva. Pertanto, rimane un estremo bisogno di conoscenza dei meccanismi alla base della morte della cellula ganglionare retinica e quindi della degenerazione del nervo ottico per poter sviluppare nuovi approcci terapeutici per la cura del glaucoma.
Recentemente, impiegando un modello sperimentale che riproduce l'aumento pressorio intraoculare che si osserva in corso di glaucoma, la Dott.ssa Rossella Russo, Ricercatrice di Farmacologia preso lo stesso Dipartimento Farmacobiologico dell'Università della Calabria, ha potuto dimostrare per la prima volta come la proteasi calpaina opera uno specifico clivaggio della proteina Beclin-1 inducendo un' alterazione del processo autofagico che risulta letale per la cellula ganglionare retinica. In condizioni normali, l'autofagia è quel processo che porta all'allontanamento dal citosol di prodotti di scarto del metabolismo come, per esempio, aggregati proteici (vedi, per esempio, l'amiloide) altrimenti estremamente citotossici e coinvolti in gravi patologie neurodegenerative come l'Alzheimer etc.
La dimostrazione del ruolo dell'autofagia come meccanismo di sopravvivenza per la cellula ganglionare retinica è stata fornita da esperimenti di silenziamento genico di Beclin-1 e di inibizione farmacologica dell'autofagia, condizioni sperimentali in cui la Dott.ssa Russo dimostra come la morte cellulare ganglionare retinica risulti aumentata.
La dettagliata dimostrazione sperimentale di questo processo innescato dalla calpaina nell'occhio glaucomatoso è stato ritenuto degno di pubblicazione su Cell Death and Disease, rivista scientifica del gruppo Nature, e rappresenta certamente l'inizio di una nuova era per la ricerca di farmaci innovativi per la cura del glaucoma.
 

28 Febbraio 2011
La Repubblica - Affari & Finanza

La retina artificiale quasi realtà la tecnologia restituirà la vista

È stato provato che con l’innesto delle cellule del roditore, un’apposita sostanza polimerica acquisisce qualità fotosensibili che possono essere decisive

È stata realizzata in Italia la prima retina artificiale organica, biocompatibile e impiantabile. Già oggi sono in sperimentazione delle retine artificiali che però hanno bisogno di un sofisticato impianto di elettrodi inseriti nell’occhio. Niente più di tutto questo: una grande speranza si apre per chi soffre di retinopatie come la retinite pigmentosa (una malattia genetica che colpisce mediamente una persona su quattromila) e la degenerazione maculare, che si presenta più frequentemente in età avanzata. La notizia della scoperta-invenzione, pubblicata su Technology Review (la rivista del Mit di Boston), arriva dal centro presso il Politecnico di Milano dell’Istituto italiano di tecnologia. L’Iit, con sede a Genova, ha stretto degli accordi di collaborazione con università ed enti di ricerca sparsi in tutta Italia, attivando così una sorta di laboratori scientifici distaccati. In questo modo l’Iit facilita il dialogo interdisciplinare consentendo la collaborazione tr a scienziati, medici e il trasferimento tecnologico alle aziende. Infatti il risultato a cui è arrivata l’équipe del Politecnico è frutto della sinergia tra il dipartimento di neuroscienze e neurotecnologie (Nbt) e quello di fisica.
«Abbiamo scoperto che installando delle cellule neuronali prese dall’ippocampo dei topi su una membrana composta da un particolare tipo di polimero simile a quello utilizzato nei pannelli fotovoltaici in grado di assorbire luce e rilasciare elettricità – queste, colpite dalla luce, iniziavano a comportarsi come i neuroni fotorecettori presenti sulla retina: convertivano cioè il segnale luminoso in segnale elettrico», spiega Guglielmo Lanzani, coordinatore del progetto e professore del dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano. Per ora si parla ancora di sperimentazione in vitro, ma è stata testata la biocompatibilità del polimero, che risulta inoltre estremamente flessibile e soffice. Quindi potrebbe essere posizionato sul fondo dell’occhio, come una piccola membrana, a diretto contatto con le cellule gangliari che formano il nervo ottico, deputato a inviare gli impulsi elettrici al cervello. Le cellule gangliari a questo punto, a contatto con il polimero e solleci tate dalla luce, diventerebbero esse stesse fotorecettori, sostituendosi così alle cellule retiniche danneggiate.
«Rispetto agli impianti con gli elettrodi al silicio, anche questi in fase di sperimentazione, c’è un’assoluta biocompatibilità – che il silicio non ha – e una maggiore precisione di visione» sottolinea Fabio Benfenati, coordinatore del progetto e direttore del dipartimento di neuroscienze e neurotecnologie del Politecnico di Milano. «Non solo, per gli impianti al silicio occorre utilizzare comunque degli occhiali con installata una videocamerina che invii wireless gli impulsi a un chip impiantato sopra o sotto la retina (dipende dal tipo di impianto). Il chip contiene una griglia di elettrodi in grado di riprodurre l’immagine percepita dalla telecamerina. A questo punto gli elettrodi inviano l’impulso elettrico al cervello tramite il nervo ottico. A secondo dell’elettrodo stimolato, il cervello crea l’immagine corrispondente. Si tratta anche in questo caso di sperimentazione di cui si deve ancora studiare i risultati. Con la nostra scopertainvenzione gli occhial i non ci sarebbero più e non si dovrebbero installare nell’occhio gli elettrodi. Ora l’obiettivo è capire il funzionamento dell’occhio umano, ancora per lo più sconosciuto».
Attualmente le principali aziende che stanno sperimentando gli impianti con gli elettrodi al silicio sono la tedesca Retina Implant, fondata dallo scienziato Eberhart Zrenner, e la californiana Second Sight. La prima, con il suo impianto subretinico, è arrivata a far leggere a un paziente cieco da anni un testo scritto a caratteri di grandi dimensioni. L’altra invece sta lavorando alla seconda generazione di impianti, Argus II, disegnati con 60 elettrodi e quindi con una maggiore precisione dell’immagine riprodotta. Second Sight sta inoltre collaborando con la neuroscienziata del Weill Cornell Medical College di New York, Sheila Nirenberg, con il dottor Chetan Pandarinath ed Ed Boyden, bioingegnere del Mit, per arrivare a eliminare gli elettrodi in silicio. La scienziata infatti, dopo dieci anni di lavoro, è riuscita a ridare la vista a dei topi ciechi. La Nirenberg ha infatti inserito nelle cellule gangliari del nervo ottico dei neuroni di proteine fotosensibili ricavate dalle alghe verdiazzurre. Ha poi posto i topi di fronte a un’immagine scomposta in una griglia di luci pulsanti, ognuna in grado sollecitare le cellule gangliari ricoperte di questa particolare proteina. Le cellule, diventate fotosensibili, inviavano il messaggio al cervello, ricreando l’immagine. «Utilizzando questo tipo di proteine, si userebbero sempre gli occhiali ma si eviterebbe l’impianto degli elettrodi, sostituendoli con una sostanza biocompatibile» spiega la neuroscienziata su Technology Review. «Andrebbe comunque sottoposto il paziente a una terapia genica necessaria per indurre la produzione della proteina. Ci vorrà del tempo ancora ma si può già cominciare a lavorare con i pazienti che hanno l’impianto con gli elettrodi».
di Agnese Ananasso
 

19 Febbraio 2011

Il Giornale.it
Cataratta: lenti multifocali per una visione perfetta
MILANO. Il dottor Ernesto Capitanio ci parla delle ultime tecniche di intervento per la chirurgia della cataratta.
“Cos’è cambiato rispetto a qualche anno fa’?”
questo tipo di inter vento. La tecnica prevede l’utilizzo di una punta al titanio che, introdotta nel bulbo oculare attraverso un’apertura di circa 2 mm, vibrando a circa 50 mila volte al secondo, frantuma il cristallino catarattoso e ne aspira le masse.
“Cosa sono le lenti multifocali, Dottor Capitanio?”
Le IOL multifocali di ultima generazione sono la vera novità che riguarda l’evoluzione dei cristallini artificiali. Dopo molti tentativi durati anni in cui si è passati dalle lenti accomodative alle lenti difrattive, finalmente oggi la lente multifocale completa in modo soddisfacente questa necessità di vedere perfettamente bene da lontano e da vicino senza più l’utilizzo di occhiali correttivi.
Incision Cataract Surgery) siamo arrivati alla customizzazione della cataratta, ovvero la costruzione personalizzata del cristallino artificiale che, introdotto nel bulbo oculare, riesce a correggere i difetti di cui è portatore il malato. In questo modo vengono corrette miopie di qualsiasi livello, astigmatismi, forti ipermetropie o presbiopie difficilmente correggibili con il laser. Fondamentali sono quindi alcuni esami preliminari come la biometria computerizzata, l’aberrometria, la tomografia oculare. Grandi vantaggi dunque ed ancor di più se si pensa che con queste lenti innovative siamo in condizione di proteggere l’occhio dalle radiazioni luminose, che possono risultare fastidiose, con filtri colorati per simulare il più possibile la visione del cristallino
Dott. Ernesto Capitanio
Asportazione del cristallino con la punta del facoemulsificatore
Oggi lavoriamo con strumenti più raffinati, con pregevoli vantaggi per il chirurgo ed il malato. L’incisione per entrare con la punta del “faco” si è ridotta ulteriormente e ciò ha scongiurato in modo quasi totale il rischio di infezioni postoperatorie. Sono scomparsi i punti di sutura, l’apertura per la punta del “faco” è diventata talmente piccola da chiudersi a “valvola” portando il grosso vantaggio di non avere più residuo di astigmatismo d ovuto alla cicatrice. La rivoluzione maggiore è stata poi nei materiali nuovi per la costruzione del cristallino artificiale. Le vecchie lentine erano costruite in materiale sintetico rigido, oggi sono in silicone pieghevole, che è il materiale usato maggiormente per la produzione delle nuove lentine artificiali. Grazie alla loro flessibilità, possono essere facilmente iniettate con sistemi sofisticatissimi attraverso l’apertura di 2 mm usata in precedenza per l’introduzione della punta del faco nel bulbo oculare . Ma sicuramente la vera novità è avvenuta solo qualche anno fa con la scoperta delle lenti multifocali.
Inserimento del cristallino artificiale per l’intervento della cataratta
L’evoluzione tecnologica in medicina riserva continue sorprese, soprattutto nel campo della chirurgia oculare. Ne parliamo con il dottor Ernesto Capitanio, il primo in Italia ad eseguire un intervento di cataratta ambulatoriale nel 1986 ed usare la tecnica innovativa della facoemulsificazione.
“Dottor Capitanio, quali sono le ultime novità per ciò che riguarda la cataratta?”
La vera svolta è avvenuta nei primi anni ’80 con l’inizio della facoemulsificazione, cioè l’utilizzo degli ultrasuoni per la frantumazione della cataratta. Oggi la cosiddetta “faco” è la tecnica più diffusa al mondo per naturale.
L’intervento, che viene svolto in regime ambulatoriale in sala operatoria, avviene con l’uso di poche gocce di anestesia locale. In genere la durata non supera i 12-15 minuti. La “durezza” (cioè il cristallino molto vecchio) è la condizione che allunga i tempi dell’intervento ed è questo il motivo per cui è consigliato, appena si fa la diagnosi di cataratta, di asportare il cristallino opaco. Non si attende più, come si diceva un tempo, che la cataratta debba essere “matura”. Subito dopo l’intervento il malato è pronto per tornare a casa, l’occhio operato normalmente rimane sbendato ed è già in condizioni di vedere.
Il paziente a cui viene inserita, dopo l’intervento di cataratta, torna per tutta la vita nelle condizioni di visione in cui si trovava a 20-30 anni quando ancora non necessitava di utilizzare, per la visione da vicino, la correzione da presbite.
DOTT. CAPITANIO ERNESTO
MILANO - Via Fabio Filzi, 27 Tel. 02.67 38 22 44
BERGAMO - Via Ghislanzoni, 22 Tel. 035.22 02 07 www.capitaniooculista.it info@capitaniooculista.it
 

18 Febbraio 2011

L'Espresso

Il gene di ricambio

La possibilità di inserire nel genoma dei malati geni che possono riparare o spegnere quelli difettosi che sono all'origine delle malattie genetiche oculari è la frontiera su cui si muovono i genetisti a caccia di soluzioni contro la cecità. E l'Italia è all'avanguardia con, in primo luogo, diversi progetti finanziati da Telethon.
Nelle ultime settimane è stato il gruppo guidato da Enrico Maria Surace, dell'Istituto Telethon di genetica e medicina di Napoli, a fare la differenza con la pubblicazione su "Embo Journal" di un importante studio nel quale ha spiegato in che modo sia possibile spegnere il gene della rodopsina, che nella retinite pigmentosa può presentare fino a 150 difetti diversi e le cui mutazioni sono l'elemento fondamentale della malattia. Dal momento che non era pensabile progettare 150 varianti di spegnimento, i ricercatori hanno cambiato strategia e provveduto a spegnere tutte le possibili forme del gene, comprese quelle normali, con proteine artificiali che legano e bloccano il NA specifico. Ora, l'obiettivo è quello di riuscire a inserire il gene sano.
Lo stesso obiettivo (trasferire il gene sano della rodopsina nei malati) rincorrono i ricercatori dell'università di Oklahoma City, che per questo vogliono utilizzare vettori nanotecnologici. Stando a quanto riportato su "Faseb Journal", modelli animali di retinite pigmentosa trattati con in gene della rodopsina normale racchiuso in nanoparticelle biocompatibili recuperano una buona funzionalità visiva.
Non solo, altri gruppi come quello svizzero del Friedrich Miescher Institute for Biomedical Research di Basilea stanno studiando la possibilità di somministrare piccoli frammenti genetici che svolgono una fondamentale azione regolatoria sull'espressione del Dna e potrebbero evitare le mutazioni che inducono la retinite pigmentosa. (A. Cod.)

26 Gennaio 2011

Le Scienze
interruttore generale" per combattere la retinite pigmentosa

Un nuovo approccio apre le porte della terapia genica anche ad altre malattie a ereditarietà dominante, finora intrinsecamente difficili da trattare per questa via
NAPOLI. Un importante passo avanti verso la prospettiva di una terapia della retinite pigmentosa, la più comune forma di cecità ereditaria, è stato fatto grazie al lavoro dei ricercatori dell'Istituto Telethon di genetica e medicina di Napoli (Tigem), che ne riferiscono in un articolo pubblicato su EMBO Molecular Medicine
Il gruppo guidato da Enrico Maria Surace si è concentrato su quelle forme della malattia in cui basta ricevere il gene difettoso da uno dei genitori (malato a sua volta) per sviluppare la malattia. «Le malattie di questo tipo, dette a trasmissione autosomica dominante, sono molto difficili da curare con la terapia genica perché il difetto genetico determina non l'assenza di una proteina, ma la presenza di una proteina anomala e quindi tossica per l'organismo. Non serve a nulla quindi fornire al paziente una copia del gene sano: bisogna invece cercare di 'spegnere' quello difettoso e questo è molto più difficile", spiega Surace.
Per farlo i ricercatori progettano proteine artificiali capaci di legarsi in modo specifico ai geni alterati bloccandon0e. Nel caso della retinite pigmentosa le cose sono ancora più complicate: «Le forme dominanti della malattia sono circa il 35 per cento e riguardano frequentemente il gene della rodopsina, che può presentare almeno 150 diversi errori nella sua sequenza che si traducono poi in un difetto della vista. È impensabile costruire altrettanti 'interruttori proteici' ad hoc, sarebbe troppo oneroso: abbiamo quindi provato a pensare a un'altra strategia».
L'idea dei ricercatori del Tigem è stata quella di costruire un interruttore universale per il gene della rodopsina, capace di spegnere sia quello sano sia quello alterato, indipendentemente dal tipo di errore genetico.
«Grazie a questa tecnologia basata su proteine 'artificiali' che legano il DNA, siamo riusciti per la prima volta a rendere inattivo il gene alterato della rodopsina nelle cellule della retina nel modello animale: il passaggio successivo sarà fornire, insieme all'interruttore per lo spegnimento di rodopsina, anche la versione sana del gene», spiega Surace.
Forti anche degli importanti risultati ottenuti nella terapia genica di un'altra malattia ereditaria della vista, l'amaurosi congenita di Leber, i ricercatori del Tigem contano di proseguire su questa strada e di aprire quindi le porte della terapia genica anche alle altre malattie a ereditarietà dominante, che storicamente hanno sempre scoraggiato gli scienziati per la loro difficoltà intrinseca a essere trattate.
«Potenzialmente questo approccio potrebbe applicarsi a numerose altre malattie dominanti che colpiscono non solo l'occhio, ma altri organi: penso quindi che questo risultato incoraggi a investire nella terapia genica di questa categoria di malattie genetiche rare, ancora troppo trascurate», conclude Surace. (gg)
 

 

23 Gennaio 2011

Il Giornale.it

Una nuova terapia per le complicanze oculari del diabete con rischio cecità

Avanzano nuovi potenti farmaci per la cura delle complicanze oculari correlate al diabete. Di recente la Commissione Europea ha esteso le indicazioni di una molecola per uso oftalmico, ranibizumab (già in commercio per la degenerazione maculare legata all’età, di tipo neovascolare), anche al trattamento della perdita progressiva della visione, correlata all’edema maculare diabetico. Una forma,quest’ultima,di retinopatia diabetica particolarmente grave, tra le principali cause di cecità nei pazienti. É in parallela crescita con la drammatica incidenza del diabete. Nel mondo riguarda circa il 10 per cento dei quasi 300milioni di diabetici. Dopo 20 anni di «malattia del sangue dolce», la percentuale sale addirittura al 90 per cento. «L’edema maculare diabetico può causare un calo della vista altamente limitante, tale da portare alla perdita dell’autonomia nello svolgimento di tante attività indispensabili nell’economia della vita quotidiana» , spiega il professor Francesco Bandello, ordinario di ma-- lattie dell’apparato visivo presso l’università Vita- Salute San Raffaele e responsabile dell’unità operativadi oculistica dell’Istituto Scientifico San Raffaele, tra i maggiori esperti a livello internazionale di retinopatia diabetica. «Fondamentale farsi controllare sempre gli occhi anche quando non si hanno sintomi ma si soffre di diabete », sottolinea Bandello. «Quello è il momento ideale per vedere se qualcosa non va e per poter intervenire in modo più efficace».
L’autorizzazione del farmaco,a tutti gli effetti la prima e unica terapia approvata anti-VEGF (il fattore di crescita vascolare), in grado di migliorare la visione e la relativa qualità della vita nei pazienti con edema maculare diabetico, si è basata sui dati ottenuti in due studi clinici (Restore e Resolve) che hanno dimostrato, nei pazienti trattati con ranibizumab, un superiore, più rapido e costante nel tempo recupero dell’acuità visiva (pari almeno a 10 lettere, nel 50 per cento dei casi), rispetto all’attuale terapia di riferimento. «Effettivamente utilizzare ranibizumab intraocularmente nel paziente diabetico consente, quando è presente un edema maculare, di ridurlo in misura maggiore rispetto al gold standard , la fotocoagulazione laser. Sono in sperimentazione farmaci con caratteristiche analoghe a quelle di ranibizumab, con differenti modalità di somministrazione o di combinazione ». L’indicazione nel trattamento dell’edema maculare diabetico,è registrat a a livello Europeo.

di Luisa Romagnoni

2010

 

 4 Giugno 2010

Le Scienze del 04-06-2010

Una retina artificiale da staminali embrionali
La struttura composta da otto strati di tipi cellulari differenti è stata ottenuta grazie a una sofisticata tecnica di differenziazione delle staminali
Ricercatori dell'Università della California a Irvine sono riusciti a creare una iniziale struttura retinica a otto strati a partire da cellule staminali embrionali. Si tratta, fra l'altro, della prima struttura tissutale tridimensionale ottenuta con cellule staminali.
Si tratta, osservano i ricercatori, del primo passo verso lo sviluppo di retine trapiantabili per la cura di malattie come la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare che colpisce oggi milioni di persone.
"Abbiamo prodotto una struttura complessa formata da molti tipi cellulari", ha spiegato Hans Keirstead, che ha diretto la ricerca e firma con i collaboratori un articolo in corso di pubblicazione sul Journal of Neuroscience Methods. "Si tratta di un grande progresso nella sfida alle malattie della retina."
In studi precedenti sulle lesioni al midollo spinale, il gruppo di ricerca di Keirstead aveva progettato un metodo in cui le cellule staminali embrionali umane potessero indirizzarsi a diventare cellule di uno specifico tipo cellulare.
In questo studio i ricercatori hanno utilizzato la tecnica di differenziazione per creare i molteplici tipi cellulari necessari alla retina. La sfida maggiore, ha detto Keirstead, è stata la loro ingegnerizzazione. Per mimare i primi passi dello sviluppo retinico, i ricercatori hanno infatti avuto bisogno di bisogno di mettere a punto una tecnica ingegneristica che permettesse di creare ben calibrati gradienti microscopici di sostanze atte a indirizzare la differenziazione cellulare nelle soluzioni in cui sarebbero state immerse le cellule staminali.
I ricercatori hanno iniziato alcuni test sperimentali su modelli animali per valutare il livello di miglioramento della visione che può essere offerto da queste strutture retiniche. In caso di risultati positivi potranno essere successivamente iniziati test clinici. (gg)

 

13 Giugno 2010

Il Giornale di Brescia
Un intervento «anti-età» Nuovi trattamenti per la cataratta
BRESCIA. In Italia quasi un over 65 su sette soffre di cataratta e ogni anno sono più di 500mila le persone che si sottopongono a intervento. All’Istituto Laser Microchirurgia Oculare tecniche all’avanguardia consentono non solo di eliminare ogni problema di opacizzazione del cristallino in maniera rapida e indolore, ma anche di correggere allo stesso tempo altri difetti visivi.
Dottor Pinelli, come intervenite sulla cataratta?
«Con una procedura rapida, indolore e, per casi selezionati, bilaterale. Il paziente, che generalmente considera la cataratta come una "malattia", trova in Ilmo la soluzione del problema in pochi minuti».
In che cosa consiste la tecnica?
«Il cristallino viene sostituito con una lente personalizzata capace di ridare la visione per lontano e per vicino contemporaneamente. Questo rende la cataratta in Ilmo un intervento anti-età. Dopo l’intervento i pazienti si sentono bene, più giovani e vitali. Quanto alla procedura, con poche gocce di anestesia sotto forma di collirio, è assolutamente indolore e i pazienti vanno a casa dopo pochi minuti dall’operazione. Il giorno dopo sono operativi nelle proprie mansioni professionali e private, nonché sportive».
Quando è opportuno sottoporsi all’intervento?
«Quando le opacità iniziali si acuiscono e le immagini appaiono sempre più confuse e i colori sbiaditi, l’uso degli occhiali non è più sufficiente. In fase avanzata, se non si è posto rimedio, si può giungere anche alla perdita della vista, che può comunque essere pienamente recuperata a seguito dell’intervento chirurgico».
Quanto dura il trattamento?
«L’intervento, eseguito in day surgery, dura meno di dieci minuti. Il paziente, lo ribadisco, non avverte dolore né durante né dopo il trattamento. La visione si riacquista in modo rapido e progressivo già dopo poche ore e, generalmente, raggiunge la stabilità nel giro di una settimana».
Si potrà dire addio agli occhiali dopo l’intervento?
«Sì, oggi la cataratta si può operare per fini refrattivi, ossia per togliere il difetto visivo per lontano e anche per vicino. Questo significa che ci si può liberare dall’uso dell’occhiale in modo definitivo».
È vero che l’operazione può essere effettuata solo nelle stagioni fredde?
«Assolutamente no. La si può effettuare anche d’estate. Anzi, in quella stagione le richieste sono davvero numerose».

 

21 Giugno 2010.

 

Retina artificiale dalle cellule staminali embrionali
Le retine così ottenute potranno curare la retinite pigmentosa e la degenerazione maculare
Una sofisticata tecnica di differenziazione delle cellule staminali ha permesso a un gruppo di ricercatori dell’Università della California di creare la prima struttura retinica composta da otto strati di tipi cellulari differenti. Si tratta della prima struttura tissutale tridimensionale ottenuta con cellule staminali, il primo vero passo verso lo sviluppo di retine trapiantabili per curare gravi malattie quali la retinite pigmentosa o la degenerazione maculare.
Il direttore della ricerca Hans Keirstead, insieme al suo gruppo di ricerca, si era precedentemente dedicato a studi sulle lesioni del midollo spinale. In questa sede aveva progettato una metodologia di differenziazione delle cellule staminali, proprio per permettere la ricreazione dei diversi tessuti.
La creazione del tessuto retinico è una delle derivazioni di questo metodo, che però non è semplice come sembra. I ricercatori, per permettere lo sviluppo della prima retina, hanno infatti avuto bisogno di perfezionare una tecnica ingegneristica estremamente sofisticata, necessaria per creare tutte le tipologie cellulari che compongono la retina, e soprattutto per innescare la differenziazione cellulare. Era infatti necessario calibrare con precisione millimetrica gradienti microscopici delle particolari sostanze nelle quali vanno immerse le cellule staminali che diverranno poi tessuto retinico.
I test sperimentali sono ora in fase di esecuzione su modelli animali, per valutare il livello di miglioramento della visione che queste strutture possono apportare. Appena i risultati positivi saranno riscontrati i test clinici veri e propri avranno inizio.
Lo studio del dottor Keirstead è in corso di pubblicazione sul Journal of Neuroscience Methods.

25 Giugno 2010

 

Le Scienze

Una terapia genica restituisce la vista ai topi
Nuove prospettive terapeutiche. Con l'introduzione di una particolare proteina nei coni difettosi si è riusciti a ripristinare negli animali affetti da retinite pigmentosa la cascata trasduttiva necessaria alla visione
La terapia genica può offrire una via di recupero della vista in topi colpiti da retinite pigmentosa: è quanto annunciato in un articolo pubblicato sulla rivista Science da un’ampia collaborazione di ricerca che ha coinvolto, tra gli altri, il Friedrich Miescher Institute (FMI) di Basilea, in Svizzera, e i centri francesi INSERM e Institut de la Vision.
La retinite pigmentosa e una forma di degenerazione ereditaria della retina che colpisce coni e bastoncelli, i due tipi di cellule sensibili presenti nella zona centrale della retina che convertono la radiazione luminosa in impulsi nervosi.
La malattia porta inizialmente alla degenerazione dei bastoncelli, che sono responsabili della visione notturna. Via via che progredisce, coinvolge anche i coni, responsabili della visione diurna. Mentre però i bastoncelli vengono distrutti, i coni sopravvivono nell’organismo per lunghi periodi, anche quando ormai è sopraggiunta la cecità. Questa circostanza ha portato i ricercatori del Friedrich Miescher Institute (FMI) e dell’Institut de la Vision a sviluppare una terapia genica per ristabilire la funzione visiva dei coni “dormienti” ma ancora presenti.
Allo stadio a cui sono intervenuti gli studiosi, sebbene i coni difettosi non possiedano più la capacità di reagire alla stimolazione luminosa, mantengono comunque alcune proprietà elettriche e le loro connessioni coi neuroni della retina interna che normalmente trasmettono l’informazione visiva al cervello. Precedenti studi avevano dimostrato come i canali ionici sensibili alla luce fossero in grado di modulare l’attività elettrica di vari neuroni in cui erano stati introdotti.
Gli studiosi hanno così proceduto introducendo una proteina, attraverso un vettore utilizzato nella terapia genica, in grado di accoppiare la stimolazione luminosa al trasporto ionico, reintroducendo così la cascata trasduttiva necessaria alla visione e ricreando un sistema fotoelettrico biologico funzionante.
I risultati paiono molto promettenti, soprattutto alla luce delle conferme ottenute da Serge Picaud e colleghi dell’Institut de la Vision utilizzando retine umane in coltura e vettori terapeutici compatibili con le cellule umane. (fc)
   

29    Giugno  2010
Medicina: Proteina rida' vista a malati Retinite Pigmentosa
ROMA. Una proteina introdotta attraverso un vettore usato per la terapia genica riattiva la vista nei malati di retinite pigmentosa, una degenerazione retinica che danneggia coni e bastoncelli dell'occhio e porta progressivamente alla cecita'. La scoperta dell'efficacia della proteina e' il frutto di una ricerca internazionale condotta da diversi istituti, tra cui il Friedrich Miescher Institute di Basilea, in Svizzera e i centri francesi INSERM e Institut de la Vision, pubblicata su Science. La retinite pigmentosa attacca prima i bastoncelli, responsabili della visione notturna, poi vengono coinvolti anche i coni, implicati nel processo di visione diurna. I ba stoncelli vengono distrutti, mentre i coni sopravvivono nell'organismo per lunghi periodi, anche quando sopraggiunge la cecita', mantenendo delle proprieta' elettriche e le loro connessioni coi neuroni della retina interna che trasmettono l'informazione visiva al cervello. Continua a leggere questa notizia.
Il ricercatori si sono concentrati proprio sui coni 'dormienti'. In topi affetti da retinite pigmentosa e' stata introdotta una proteina, capace di accoppiare la stimolazione luminosa al trasporto ionico ricreando un sistema fotoelettrico biologico funzionante che ha ripristinato la vista. I ricercatori stanno proseguendo su questa strada e all'Institut de la Vision sono in corso sperimentazioni con retine umane in coltura e vettori compatibili con cellule umane. (ANSA).
30 Giugno 2010

Marketpress

Una nuova speranza per i milioni di persone affette da Retinite Pigmentosa
BRUXELLES - Alcuni scienziati finanziati dall´Ue sono riusciti a risvegliare coni visivi inattivi, un traguardo che potrebbe aiutare a salvare milioni di persone dal diventare ciechi. I coni inattivi, che normalmente rimangono nell´occhio anche dopo che è sopravvenuta la cecità, sono stati riattivati con successo da un team internazionale di scienziati sotto la guida dell´Istituto Friedrich Miescher in Svizzera e dell´Institut de la vision in Francia. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science. Lo studio è stato in parte finanziato da due progetti dell´Ue: Reticirc ("Circuit specific approaches to retinal diseases"), finanz iato con 2,25 milioni di euro nell´ambito del tema "Salute" del Settimo programma quadro (7° Pq) e Neural Circuit ("Combining genetic, physiological and viral tracing methods to understand the structure and function of neural circuits"), sovvenzionato con un Contributo di eccellenza Marie Curie nell´ambito del Sesto programma quadro (6° Pq). Oltre 2 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di un gruppo di malattie molto vario denominato retinite pigmentosa. La retinite pigmentosa è una forma ereditaria di degenerazione della retina, caratterizzata da una progressiva perdita della vista che porta alla cecità. La malattia colpisce i fotorecettori, cellule che trasformano la luce in impulsi. Questi impulsi vengono elaborati dalla retina e inviati al cervello attraverso fibre nervose. Ci sono due tipi di fotorecettori: bastoncelli e coni. I bastoncelli ci permettono di vedere di notte. Con l´avanzare della malattia, i bastoncelli sono i primi a essere colpiti e, alla fine, di strutti. I coni sono responsabili della percezione dei colori e dell´alta acuità visiva durante il giorno. Sono i secondi organi a essere colpiti dalla malattia ma, al contrario dei bastoncelli, i coni rimangono nell´organismo anche quando smettono di funzionare. Anche se non possono più rispondere agli stimoli luminosi, i coni mantengono comunque alcune proprietà elettriche e legami con alcuni neuroni della retina che mandano informazioni visive al cervello. Fino ad ora non era chiaro se questi coni fossero accessibili per gli interventi terapeutici. Il dott. Botond Roska dell´Istituto Friedrich Miescher e il suo team di neurobiologi hanno sperimentato una terapia genetica usando alorodopsina archeobatterica, una proteina fotosensibile che recupera la funzionalità delle cellule coni danneggiate. Il loro studio ha mostrato che la rete di cellule esistente era in grado di riprodurre molte delle complicate funzioni che trasformano la luce in un segnale neuronale. Secondo il team , le cellule inattive rappresentano un´importante via per l´intervento terapeutico in quelle malattie nelle quali si perde la funzione dei fotorecettori. "Crediamo di aver trovato un metodo terapeutico valido che potrebbe in definitiva contribuire a far scendere il numero di pazienti di retinite pigmentosa," ha detto il dott. Roska. Ha aggiunto che il team sta attualmente esaminando i pazienti per selezionare quelli che potrebbero trarre maggior beneficio dalla nuova terapia. Per maggiori informazioni, visitare: Science: http://www.Sciencemag.org/ Friedrich Miescher Institut (Fmi): http://www.Fmi.ch/ Institut de la vision: http://www.Institut-vision.org/
 

30 Giugno 2010
ITnews.it del

L’occhio bionico ridarà la vista ai ciechi?

Gli interessanti sviluppi della ricerca mondiale sui nuovi impianti elettronici per la retina
ROMA. La ricerca sull’occhio bionico procede a piccoli ma promettenti passi. In tutto il mondo 20 diversi team sono al lavoro per realizzare il sogno di un occhio sintetico che funzioni perfettamente come già accade, ad esempio, per le protesi acustiche per gli audiolesi. Il problema, oggi come in passato, è che l’occhio è una struttura particolarmente complessa e delicata; inoltre quello dell’ottica sintetica è un campo in cui l’alta ingegneria medica ha ancora difficoltà a fare grandi balzi in avanti.
Ciò nonostante, alcuni impianti elettronici sulla retina sono già stati realizzati. Recentemente il MIT di Boston ha sviluppato un nuovo prototipo che può ridare la vista a persone affette da un certo tipo di cecità. Anzi, per essere più precisi: può aiutarle a vedere meglio. Questo tipo di impianto, rimpiazzando le funzioni delle cellule retinali, ha la capacità di fornire un certo grado di visione di base a quei pazienti affetti da retinite pigmentosa o da degenerazione maculare dovuta all’età avanzata – due disfunzioni dell’occhio che risultano essere le principali cause di cecità.
Questa specie di occhio bionico, cioè, non è in grado di produrre ancora un’immagine di alta qualità; quello che riesce a sintetizzare ha una definizione molto bassa. Basta guardare questa simulazione, realizzata da un gruppo di ricercatori del Tokyo Institute of Technology, per rendersene conto.
Per riuscire a riprodurre sinteticamente una visione di buona qualità, molto vicina alla realtà, ci sarebbe bisogno di una protesi retinale ad altissima risoluzione in grado di elaborare migliaia (milioni) di pixel a velocità elevate, in quanto gli apparecchi che sostituiscono le funzioni della retina hanno l’arduo compito di rimpiazzare milioni di cellule fotorecettrici presenti nell’occhio. Ma perché tutto ciò sia possibile occorrono ancora decine di anni di studio e di avanzamento tecnologico.
Come funziona dunque la nuova protesi messa a punto dal MIT? Si tratta di un paio di occhiali speciali su cui è montata una piccola videocamera che fornisce i dati dell’immagine catturata a un chip incastonato nel titanio e montato sulla superficie esterna del bulbo oculare. Il processore passa i dati al sistema nervoso attraverso un gruppo di elettrodi fissati sotto la retina con la funzione di stimolare il nervo ottico. Non solo: gli occhiali hanno anche la funzione di trasmettere energia alle bobine che circondano i bulbi oculari.
Lo sviluppo di questa tecnologia di altissimo livello ha richiesto studi lunghi e accurati; il MIT ha lavorato sul Boston Retinal Implant Project per 20 anni. I ricercatori iniziarono a testare gli elettrodi su sei pazienti videolesi solo 10 anni fa.
Il professor John Wyatt – l’ingegnere elettrico a capo degli scienziati di Boston - ha intenzione di testare il prototipo su nuovi pazienti per i prossimi 3 anni. Per il momento delle prove sono state eseguite solo sui maiali; in questo caso, comunque, gli impianti hanno dimostrato di essere resistenti, reggendo per circa 10 mesi senza alcun danno alla parte elettronica.
Nel luglio scorso a 30 pazienti - provenienti da tutte le parti del Mondo – è stato impiantato l’Argus II. Questa protesi retinale, sviluppata dalla Second Sight di Sylmar (California), è composta da una griglia di 60 elettrodi fissata alla retina. La sperimentazione, seppur iniziata da pochissimo tempo, ha già mostrato qualche timido ma promettente risultato. In questa intervista realizzata dalla BBC un uomo cieco ha dichiarato che ora, grazie alla protesi, è in grado di percepire una linea bianca presente sul pavimento e di riuscire a distinguere un paio di calzini bianchi da uno di calzini neri.
In questo video dal titolo “Bionic Eye by 2020” il professor Nigel Lovell dell’Università del New South Wales ha dichiarato che creare un occhio bionico è molto complesso, prendendo come termine di paragone la non semplice evoluzione nel passaggio dalla radio alla tv.
Uno dei problemi fondamentali nello sviluppo di queste raffinate tecnologie consiste nel capire dove sia meglio sistemare gli elettrodi che trasmettono le immagini al nervo ottico. Ci sono diverse scuole di pensiero a riguardo. Ad esempio, “Bionic Vision” - il gruppo di ricercatori australiani con cui collabora il professor Lovell - è propenso a sistemare gli elettrodi al di sopra della retina, mentre il MIT è convinto che il posto giusto sia al di sotto. Difatti, così agendo, sarebbe necessario un intervento di chirurgia meno invasivo e si ridurrebbe il rischio di lacerazione della retina.

4 luglio 2010
Il Corriere della Sera

Questa è la dieta che protegge dalla cataratta
Più frutta e verdura, meno grassi e sale.
Una dieta sana, ricca di minerali e vitamine antiossidanti, può contribuire a tenere lontana la cataratta. Lo rivela una ricerca dell'University of Wisconsin, pubblicata sulla rivista Archives of Ophthalmology. Nello studio americano sono state analizzate le abitudini alimentari di più di 1.800 donne di età compresa tra i 55 e gli 86 anni, delle quali il 29 per cento presentava la cataratta in almeno un occhio e il 16 per cento era già stato sottoposto a un intervento di sostituzione del cristallino opacizzato in un occhio. Incrociando le informazioni sul regime nutrizionale con quelle sulla malattia oculare, i ricercatori hanno appurato che le donne che avevano mantenuto nel tempo una dieta più si vicina ai consueti consigli per una sana alimentazione (molta frutta e verdura, pochi grassi e sale) avevano avuto un rischio minore di andare incontro all'opacizzazione del cristallino.
«I nostri risultati indicano che una dieta sana è più strettamente collegata a una minore incidenza di cataratta di qualunque altro fattore di rischio modificabile o protettivo hanno sottolineato gli autori . Questi dati confermano quindi, una volte di più, il ruolo protettivo di una corretta alimentazione. Alcuni interventi sullo stile di vita possono dunque davvero contribuire a ridurre il fardello della cataratta e dell'intervento chirurgico necessario per curarla».
«Lo sviluppo della cataratta non è solo collegato all'invecchiamento, ma anche allo stile di vita conferma Matteo Piovella, presidente della Società oftalmologica italiana . Per esempio, è ormai evidente che il fumo può avere effetti dannosi sull'occhio, mentre, come ribadisce lo studio in questione, determinati cibi possono avere ripercussioni positive sulla retina e sul cristallino. Tra i meccanismi coinvolti nello sviluppo della cataratta c'è il danno ossidativo ed è proprio su questo fronte che probabilmente si gioca l'effetto protettivo, visto che cibi ricchi di vitamine e minerali contrastano il danno ossidativo. Purtroppo, però, non è facile misurare con esattezza questo effetto. Di sicuro, però, possiamo dire che comportamenti virtuosi, come seguire un'alimentazione equilibrata, fare attività fisica, non fumare, hanno ripercussioni positive sull'organismo nel suo complesso».
Il messaggio è chiaro: mangiare «bene» rappresenta una strategia efficace per proteggersi dallo sviluppo della cataratta, anche se quello che ci si può assettare non è un'abolizione del rischio, ma, al massimo, un allontanamento del momento di insorgenza del problema.
«Se ai nostri occhi giova sicuramente una dieta con ragionevoli quantità di frutta e verdura e, di conseguenza, di sostanze antiossidanti, non ha senso, invece, ricorrere all'uso di integratori di vitamine eminerali puntualizza Paolo Nucci, docente di Malattie dell'Apparato Visivo all'Università di Milano . Una supplementazione senza controllo o senza un'effettiva indicazione rischia addirittura di avere ricadute negative sull'organismo».
Insomma, meglio imparare a nutrirsi correttamente piuttosto che cercare scorciatoie.

Non solo carote per conservare una vista giovane.
Quando si parla di alimenti e salute degli occhi vengono subito in mente le carote. Secondo le ricerche più recenti, però, prima ancora di queste, sono gli spinaci a dover essere citati fra gli alimenti salva vista. Infatti, se è vero che le carote sono ricche di betacarotene, che nell'organismo viene trasformato in vitamina A, indispensabile per il processo visivo, è però anche vero che l'ampia diffusione di questa vitamina negli alimenti rende improbabile una sua carenza, almeno nel caso di persone sane con una dieta varia. Non si può invece dire lo stesso per la luteina e la zeaxantina, due carotenoidi contenuti soprattutto in spinaci, cavolo riccio, cime di rapa, lattuga, broccoli, uova che nell'organismo si concentrano in modo particolare nella zona centrale della retina, la macula lutea, sede della visione distinta, dove si ritiene che essi svolgano un'azione protettiva nei confronti della degenerazione maculare senile, patologia che rappresenta la principale causa di cec ità, dopo i 65 anni nel mondo industrializzato. Ma anche altri fattori dietetici sembrano influire sul rischio di questa malattia. In particolare, in un recente studio condotto negli USA e pubblicato da Ophthalmology, nel quale si sono analizzati gli apporti dietetici di più di 4 mila uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni di età, si è osservato che il consumo regolare di una combinazione di nutrienti (soprattutto vitamine C ed E, zinco, luteina, zeaxantina e gli acidi grassi omega 3) e di una dieta a basso indice glicemico aveva un effetto protettivo nei confronti della degenerazione maculare senile. Le diete a basso indice glicemico sono quelle nelle quali prevalgono, come fonti di carboidrati, alimenti che comportano aumenti contenuti della glicemia, come legumi, avena e orzo, mentre è ridotto l'apporto di zuccheri e cereali raffinati. «Al momento, comunque, precisa Vincenzo Parisi, responsabile dell'Unità operativa di Neurofisiologia della Visione e Neuroftal-mologia Fondaz ione G.B. Bietti-IRCCS, Roma non disponiamo di evidenze scientifiche sufficienti per suggerire l'uso di integratori di tali nutrienti nella popolazione sana allo scopo di prevenire la degenerazione maculare senile. Diverso è il discorso per coloro che già si trovano nello stato iniziale della malattia nei quali, invece, una integrazione mirata con carotenoidi ed altri antiossidanti può essere utile». E quali sono, invece, i fattori dietetici che possono avere un ruolo negativo per la salute dell'occhio? Oltre ad una dieta ad alto indice glicemico, un elevato consumo di acidi grassi trans è stato associato con un aumentato rischio di degenerazione maculare. Anche l'obesità è considerata un fattorie di rischio per questa ed altre malattie oculari, comprese quelle legate al diabete di cui essa rappresenta un fattore favorente. «Non dimentichiamo, poi, aggiunge Rosario Brancato, fondatore e direttore scientifico dell'European Journal of Ophthalmology, già professore di Oftalmolo gia all'Università San Raffaele di Milano il rischio rappresentato da un eccesso di bevande alcoliche. Del resto, che l'alcol possa influenzare le capacità visive è confermato dal fatto che, anche in quantità non esagerate, può già portare ad alterazioni della percezione dei colori. L'abuso di bevande alcoliche può portare, ancor più se associato al fumo, ad una degenerazione progressiva del nervo ottico con danni permanenti alla vista».
 

4 luglio 2010
L'Arena
Nuovi trattamenti per la cataratta

In Italia quasi un over 65 su sette soffre di cataratta e ogni anno sono più di 500mila le persone che si sottopongono ad intervento. All'Istituto Laser Microchirurgia Oculare (ILMO) tecniche all'avanguardia consentono non solo di eliminare ogni problema di opacizzazione del cristallino in maniera rapida e indolore, ma anche di correggere allo stesso tempo altri difetti visivi.
Dottor Pinelli, come intervenite sulla cataratta?
«Con una procedura rapida, indolore e, per casi selezionati, bilaterale. Il paziente, che generalmente considera la cataratta come una "malattia", trova in ILMO la soluzione del problema in pochi minuti».
In che cosa consiste la tecnica?
«Il cristallino viene sostituito con una lente personalizzata capace di ridare la visione per lontano e per vicino contemporaneamente. Questo rende la cataratta in ILMO un intervento anti-età. Dopo l'intervento i pazienti si sentono bene, più giovani e vitali. Quanto alla procedura, con poche gocce di anestesia sotto forma di collirio, è assolutamente indolore e i pazienti vanno a casa dopo pochi minuti dall'operazione. Il giorno dopo sono operativi nelle proprie mansioni professionali e private, nonché sportive».
Quando è opportuno sottoporsi all'intervento?
«Quando le opacità iniziali si acuiscono e le immagini appaiono sempre più confuse e i colori sbiaditi l'uso degli occhiali non è più sufficiente. In fase avanzata, se non si è posto rimedio, si può giungere anche alla perdita della vista, che può comunque essere pienamente recuperata a seguito dell'intervento chirurgico»
Quanto dura l'intervento?
«L'intervento, eseguito in Day Surgery, dura meno di dieci minuti. Il paziente, lo ribadisco, non avverte dolore né durante, né dopo il trattamento. La visione si riacquista in modo rapido e progressivo già dopo poche ore e, generalmente, raggiunge la stabilità nel giro di una settimana».
Si potrà dire addio agli occhiali dopo l'intervento?
«Sì, oggi la cataratta si può operare per fini refrattivi, ossia per togliere il difetto visivo per lontano e anche per vicino. Questo significa che ci si può liberare dall'uso dell'occhiale in modo definitivo».
L'operazione può essere effettuata solo nelle stagioni fredde?
«La si può effettuare anche d'estate. Anzi, in questa stagione le richieste sono davvero numerose».

12 Luglio 2010
Il Tirreno

Glaucoma, novità contro l’irritazione dell’occhio
In farmacia si può acquistare un prodotto a base di prostaglandina. Il medicinale è disponibile in fascia A e dunque non si paga
FIRENZE. Per i pazienti affetti da glaucoma (l’aumento della pressione all’interno dell’occhio), c’è una positiva novità: è disponibile in farmacia, in fascia A nota 78, quindi a totale carico del Servizio sanitario nazionale, la prima ed unica molecola a base di prostaglandina senza conservanti- tafluprost - per il trattamento delle forme croniche e dell’ipertensione oculare. Come si è detto nella conferenza stampa di presentazione svoltasi a Milano, il prodotto ha mostrato di garantire, a parità d’efficacia di altre molecole in uso, significativamente meno sintomi e segni d’irritazione oculare. Secondo l’Organizazione Mondiale della Sanità - ha precisato Roberto Carassa, presidente dell’Associazione Italiana Prevenzione Glaucoma onlus - il glaucoma è una delle principali cause di disabilità visiva nei paesi industrializzati. Si stima che quasi 800 mila persone ne siano affette in Italia, ma si calcola che la metà non ne sia a conoscenza poichè la malatti a è, nella maggior parte dei casi, senza disturbi. In termine popolare è chiamato anche il “ladro silenzioso della nostra vista”, proprio per questa sua pericolosa caratteristica.
 

22 Luglio 2010
Corriere.it
Cornea nuova con le staminali dell'occhio
La tecnica, ideata da ricercatori di Modena e Milano, restituisce la vista in oltre il 75 per cento dei casi
MILANO. Staminali che curano, e bene, restituendo la vista a chi ha la cornea danneggiata. Questa volta non sono false speranze, ma risultati concreti ottenuti su pazienti veri: 112, seguiti per dieci anni dai medici e i ricercatori italiani che hanno messo a punto il nuovo metodo e si sono appena guadagnati le pagine di una delle riviste di medicina più prestigiose, il New England Journal of Medicine. Che per sottolineare l'importanza del dato consente a chiunque l'accesso gratuito allo studio.
METODO ITALIANO - La tecnica è stata ideata e perfezionata da Graziella Pellegrini, coordinatrice della Terapia cellulare al Centro di medicina rigenerativa "Stefano Ferrari" dell'università di Modena e Reggio Emilia, e da Michele De Luca, direttore del Centro. Cuore del metodo sono le cellule staminali prelevate dal limbus, una zona della cornea facilmente accessibile attraverso un semplice prelievo di 1-2 millimetri in anestesia locale; dal tessuto le staminali vengono estratte e coltivate in laboratorio, dove riformano un epitelio corneale (ovvero il "foglietto" più esterno della cornea) perfettamente sano. A questo punto l'epitelio viene trapiantato nei pazienti: Paolo Rama, direttore dell’Unità cornea e superficie oculare dell’Istituto scientifico San Raffaele di Milano, ha effettuato con la sua equipe tutti gli interventi di cui racconta lo studio, prima presso l’ospedale di Venezia e poi al San Raffaele. I 112 pazienti di cui si legge sul New England (uno operato a e ntrambi gli occhi) avevano già subito ripetuti trapianti di cornea a causa di grossi danni dovuti a ustioni oculari. Controllati assiduamente lungo l'arco di dieci anni, oggi possono dire di aver risolto i loro problemi: «In oltre il 75 per cento dei casi si è avuto il completo ripristino della superficie della cornea, che è tornata trasparente: tutti i sintomi sono scomparsi e, in assenza di altre patologie, i pazienti hanno recuperato completamente e stabilmente la vista - racconta Graziella Pellegrini -. I nostri dati mostrano che il successo della tecnica è legato a doppio filo con il numero di staminali adulte che riusciamo a mantenere in coltura, ed è importante sottolineare che non abbiamo avuto eventi avversi».
VANTAGGI - Per una volta ricerca di base e clinica sono andate a braccetto, insomma, mettendo a segno un risultato di tutto rispetto in un settore, quello dell'uso delle cellule staminali, che da più parti viene visto con sospetto: l'assenza di effetti collaterali di rilievo è un grosso punto a favore della tecnica. Ed è la prima volta che si ottiene un successo così evidente, sia per la stabilità del risultato sia per la durata dell'osservazione clinica. Con un vantaggio non da poco: «Utilizziamo cellule autologhe, ovvero del paziente stesso - spiega Pellegrini -. Questo garantisce la perfetta compatibilità ed esclude il rischio di rigetto o la necessità di dover assumere farmaci immunosoppressori». Di fatto, il metodo è una speranza concreta per chi deve sottoporsi a un trapianto di cornea. Ogni anno in Italia si eseguono oltre 6.000 interventi: i candidati a questo tipo di tecnologia sono i pazienti che non potrebbero essere trattati con il solo trapianto di cornea perch é andrebbero incontro a ripetute recidive. La terapia inventata dai ricercatori italiani potrà essere industrializzata: l'intenzione è poterla offrire presto ai pazienti italiani ed europei e non a caso è nato uno spin-off universitario, Holostem Terapie Avanzate, che ha già avviato le procedure per ottenere le necessarie autorizzazioni dall'European Medicinal Agency.

Elena Meli

23 Luglio 2010
La Nuova Sardegna
Lenti spaziali per salvare i bimbi dalla cecità
CAGLIARI. Neonati di appena 500 grammi, che vivono nell’incubatrice collegati a ogni sorta di strumentazione: da tre giorni in clinica oculistica c’è un apparecchio, la Retcam, che rende quasi facile la perlustrazione del fondo dell’occhio del minuscolo paziente e la scoperta della Rop, una malattia non rara per i piccoli nati tra la 26ª e la 36ª settimana. Un tempo, quando non erano possibili le diagnosi così tempestive, provocava la cecità.
La macchina perfeziona un sistema di diagnosi precoce già collaudato dalla collaborazione tra la clinica oculistica e i neonatologi della Macciotta. La macchina sfrutta un sistema di lenti grandangolari sperimentato coi satelliti Usa e mostra in modo nitido e ben ingrandito la struttura della retina e anche gli angoli del fondo oculare, dove si possono vedere eventuali rischi di glaucoma e di patologie congenite: risolvibili quando la diagnosi è precoce. La precocità di queste diagnosi era già un piccolo fiore all’occhiello del tandem oculisti-neonatologi. Quel che la macchina regala è la sicurezza della diagnosi che viene fissata in un’immagine perfetta e consultabile. L’immagine può essere inviata nei centri specializzati nel trattamento per esempio della Rop: in Sardegna non si può ancora perché mancano strumenti quali la fluoroangiografia e il laser versione neonati. Ma in questo modo si evitano almeno viaggi per pazienti minuscoli col solo scopo di avere una diagno si netta. Lavorare su bambini così piccoli attraverso gli strumenti normali rendeva sempre ardua una diagnosi esatta e anche difficile un momento diagnostico importantissimo: la stadiazione della Rop, che è l’individuazione millimetrica dell’estensione della malattia. La Rop: i bambini prematuri hanno tutti una sistema di vasi sanguigni ancora incompleti. In alcuni però ci sono zone senza alcuna vascolarizzazione, così si creano vasi sanguigni in aggiunta, non necessari, la cui proliferazione provoca lo strappo della retina.
Ieri in clinica oculistica la conferenza stampa ha raccontato della corsa a ottenere l’apparecchio, in Italia disponibile solo in altri 20 ospedali. Il commissario straordinario dell’azienda mista, Ennio Filigheddu, ha dichiarato che «la macchina è già a disposizione anche della terapia intensiva neonatale sassarese». La macchina arriva per dono della Fondazione Banco di Sardegna: quasi 100 mila euro, sul costo complessivo di 120 mila. Un dono molto sollecitato dall’ex manager Ninni Murru (invitato da Filigheddu) che a sua volta aveva il pressing delle oculiste impegnate due volte la settimana nei controlli dei bimbi pretermine, Marina Mostallino (nella foto), Susanna Carta, sostenute dalla collega Tiziana Frongia che ha seguito la parte burocratica del progetto. Sostegno pieno dal direttore della clinica, Maurizio Fossarello. Ora servono laser e fluorangiografo, il pressing ricomincia. (a. s.)
 

23 Luglio 2010
LiberoNews
Retinite pigmentosa, c'è speranza per combatterla
Un gruppo di ricercatori, dell'Università dell'Oklahoma, ha ottenuto risultati incoraggianti, sperimentando un nuovo metodo terapeutico
USA. Intervenire sulle malattie ereditarie, correggendo gli errori del codice genetico è per la scienza una scommessa ancora aperta. In caso di retinite pigmentosa però, la speranza di una buona puntata arriva dall’Università dell’Oklahoma dove un gruppo di ricercatori ha appena ottenuto dei risultati incoraggianti, sperimentando un metodo terapeutico che potrebbe arrestare la malattia prima che il malato perda la vista.
Secondo lo studio, pubblicato sulle pagine del Journal of the Federation of American Societies for Experimental Biology (FASEB), gli scienziati dell’Università dell’Oklahoma, in collaborazione con gli atenei di Cleveland e di Buffalo, sono riusciti ad intervenire sul codice genetico dei topi da laboratorio afflitti da retinite pigmentosa, riuscendo a modificare e a bloccare il processo degenerativo della malattia grazie all’utilizzo di particolari “capsule” per la somministrazione delle cure.
“Le terapie – spiega il capo delle ricerche Muna Naash – sono state iniettate direttamente nell’occhio delle cavie e trasportate velocemente, in soli 15 minuti, grazie a delle capsule curative che raggiungono e agiscono direttamente sui fotorecettori della retina, ossia sulle cellule sensibili alla luce (circa 131 milioni) situate nella parte inferiore dell’occhio, riparandole e prevenendo totalmente la degenerazione dei coni, le cellule responsabili della visione dei colori”.
Una tecnica molto sofisticata, basata sull’utilizzo del DNA ricombinante, ossia nell’introduzione di geni selezionati in un corpo ospite, capaci di conferire nuove caratteristiche alle cellule riceventi, chiamate appunto ricombinanti. Grazie all’ingegneria genetica, infatti, i ricercatori americani sono riusciti ad alterare la sequenza del gene originale e di produrne uno più adatto alla risposta di un problema specifico, in questo caso alla prevedibile degenerazione visiva a cui condanna la retinite pigmentosa. La terapia, al momento, è stata sperimentata soltanto sugli animali ma i ricercatori americani non escludono che questa nuova tecnica possa dare dei risultati validi e senza complicazioni anche nella sperimentazione umana. Sensibile alla luce come una pellicola fotografica, la retina è l’organo che ci permette di catturare le immagini nello spazio e di ritrasmetterle ricomposte, attraverso il nervo ottico, nel cervello.
Tra le degenerazioni visive che ne danneggiano il funzionamento, la retinite pigmentosa è ancora tra le cause principali di cecità nel mondo e solo in Italia affligge circa 30mila persone. Nel nostro paese poi, dove non mancano i matrimoni tra i consanguinei, l’incidenza di questa patologia ereditaria risulta ancora più elevata: al punto da farla annoverare, dal 1985, tra le malattie sociali della penisola. La patologia, di cui esistono numerose varianti cliniche per parametri morfologici e funzionali – sono circa 800 quelle individuate fino a questo momento – è spesso associata ad altre anomalie di carattere sistemico come alla Sindrome di Usher, caratterizzata dai danni congeniti del sistema uditivo, neurosensoriale e disturbo della parola e alla Sindrome di Lawrence-Moon-Bardet-Biedl, associata ad obesità, ritardo mentale e ipogonadismo.
“I dati dello studio americano - commenta il dottor Fulvio Carraro, direttore dell’Unità operativa di Oftalmologia di Empoli - sono molto incoraggianti per farci sperare, in futuro, di poter prevenire la cecità in molti casi di retinite pigmentosa. Per questa malattia, al momento, siamo solo in grado di contrastare le complicanze ma non di bloccarne gli effetti”.

di Carlotta Clerici

17 ottobre 2010

Il Giornale.it
Cataratta, conquistati nuovi primati
Minore è il trauma, migliore il recupero della vista e inferiore il livello di astigmatismo Oggi l’intervento chirurgico viene eseguito attraverso microfori di soli 1,8-2 millimetri
MILANO. Si chiama (MICS) Microincision Cataract Surgery, quel continuo processo di evoluzione della tecnica chirurgica che negli ultimi quattro anni ha ridotto della metà l'ampiezza dell' incisione chirurgica praticata durante l'intervento di cataratta.
Le nuove tecnologie applicate alle apparecchiature chirurgiche, le particolari caratteristiche dei materiali ed i recenti design delle lenti intraoculari hanno permesso, nelle mani dei chirurghi più esperti, di ridurre l'ampiezza degli accessi chirurgici da 3,2 a 1.8 millimetri.
«A prima vista sembra poca cosa, ma ci sono voluti anni di ricerca e sperimentazione per ottenere gli ottimi risultati che oggi possiamo trasferire con sicurezza ai nostri pazienti», ci conferma il dottor Carlo Vanetti microchirurgo oculare di Milano, membro della Ascrs ( American society of cataract and refractive surgery ). Da anni con un gruppo di collaboratori dirige il centro di diagnosi e cura delle patologie oculari che porta il suo nome, impegnandosi nella ricerca e sperimentazione clinica per lo sviluppo della chirurgia della cataratta. «Cercare di ridurre la dimensione delle incisioni è sempre stata una priorità nell' evoluzione della nostra tecnica chirurgica, in pochi anni si è passati da tagli di 6 millimetri con la necessità di dare punti di sutura ad incisioni a valvola di 3.2 millimetri senza sutura, oggi possiamo operare con tranquillità attraverso microfori di 1.8-2 millimetri, solo con anestesia topica in gocce di collirio».
Per il paziente il vantaggio è nel veder dimezzato il traumatismo su di un organo piccolo e delicato come l'occhio, viene inoltre ridotta la quantità ed il flusso di liquido utilizzato per frammentare ed aspirare la cataratta. Il miglior controllo idraulico e la conseguente maggior stabilità di pressione all'interno dell'occhio consentono una chirurgia più delicata e precisa da parte del chirurgo anche nei casi più complicati.
Anche la tecnica di facoemulsificazione della cataratta con ultrasuoni si è avvalsa dell'avvento dei computer in sala operatoria, ultrasuoni torsionali «Ozil» ed aqualase, separatamente o in combinazione, aiutano il chirurgo a lavorare con dolcezza e precisione riducendo del 20% la durata e la potenza degli ultrasuoni.
Altri vantaggi consistenti della Mic- s sono la rapidità della cicatrizzazione e la riduzione dell'astigmatismo post operatorio, le due cose insieme permettono al paziente di riacquistare una buona visione già nelle 24-48 ore dopo l'intervento.
Oggi i chirurghi più esperti operano la cataratta usando tecniche microchirurgiche mirate ad ottenere una qualità visiva totale: oltre ad eliminare l'annebbiamento visivo causato dalla opacità del cristallino vengono infatti contemporaneamente corretti i difetti visivi pre-esistenti, quali miopia, ipermetropia e, in alcuni casi selezionati, anche astigmatismo e presbiopia. «Una vera e propria cura di ringiovanimento per l'occhio », ci conferma Vanetti.
Le nuove lenti intraoculari sono costruite in materiale sintetico morbido e pieghevole, questo permette di usare un vero e proprio iniettore per introdurre la lente nell'occhio attraverso una piccolissima incisione ( 2 millimetri). Sono dotate di un filtro antiradiazioni UV in grado di proteggere la retina e ridurre i rischi di maculopatie da sovraesposizione solare. In alcuni casi attentamente selezionati possono essere impiegate lenti intraoculari accomodative o bifocali. Inserite nell'occhio, aiutano nella maggioranza dei casi a vedere bene sia da vicino sia da lontano tanto da poter fare a meno dell'uso degli occhiali. In altri casi con l'inserimento di due lenti intraoculari di potere diverso, è possibile ridistribuire la visione dei due occhi in modo che uno venga usato per vedere lontano e l'alt- ro venga tarato per la visione da vicino. Questa tecnica detta della Monovisione va attentamente selezionata caso per caso per evitare disconfort nella visione binoculare.
Visitando il sito www.lacataratta.it curato dal dott. Vanetti, è possibile avere tutte le informazioni per poter affrontare l'intervento nel modo più sicuro ed affidabile. Vengono date ris- poste semplici ed esaurienti alle domande più frequenti dei pazienti , che vengono accompagnati lungo il percorso verso l'intervento in modo consapevole e sereno. L’intervento chirurgico della cataratta è oggi il più diffuso in Italia: si stima che vengano trattati oltre 600mila pazienti.

di Luigi Cucchi

04 novembre 2010
Punto Informatico
L'occhio bionico con la retina artificiale
Una nuova protesi fa da tramite tra la retina e l'apparato nervoso dell'occhio. Restituendo letteralmente la vista ai ciechi. Dopo i primi, incoraggianti risultati si pensa ai primi impianti permanenti
ROMA. Dalla teutonica Università di Tubinga arriva una nuova speranza per chi è affetto da processi degenerativi all'apparato visivo. Con l'aiuto di colleghi statunitensi, i ricercatori tedeschi hanno prima messo a punto e poi testato con successo un nuovo microchip in grado di riabilitare parzialmente il senso della vista negli individui che ne sono stati privati a causa di gravi malattie genetiche.
Il microchip include 1.500 diodi fotosensibili in grado di trasformare gli impulsi luminosi in segnali nervosi, poi di trasferire questi ultimi al nervo ottico e quindi al cervello. Il chip va installato sotto la retina nella stessa posizione in cui normalmente dovrebbero trovarsi i fotorecettori funzionanti, non ha bisogno di alcuna telecamera posizionata all'esterno dell'occhio - al contrario di prodotti concorrenti come Argus II - e si serve di una fonte di alimentazione elettrica esterna da collegare con un opportuno filo elettrico impiantato nell'occhio.
L'obiettivo primario dei ricercatori è quello di fornire una protesi funzionante a chi è affetto da malattie di origine genetica dell'apparato visivo e della retina in particolare, patologie degenerative come la retinite pigmentosa o coroideremia che portano al progressivo danneggiamento del senso della vista fino anche alla completa cecità.I primi risultati dell'impianto temporaneo del nuovo microchip sono stati più che incoraggianti: degli 11 pazienti ammessi al test - alcuni dei quali affetti dalle due malattie genetiche suddette - la totalità ha manifestato la capacità di riconoscere le forme chiare da quelle scure, mentre in un caso specifico il soggetto ha riacquistato la facoltà di leggere testo in formato grande e distinguere tra sette diverse gradazioni di grigio.
"I risultati stellari ottenuti durante il nostro primo test clinico convalidano il nostro approccio subretinico nell'impianto, approccio che noi crediamo rappresenti la chiave per restituire la visione utile ai pazienti ciechi a causa della retinite pigmentosa", ha dichiarato il CEO di Retina Implant AG Walter-G Wrobel. Attualmente l'impianto subretinico è di tipo temporaneo, ma il secondo ciclo di test - che dovrebbe coinvolgere anche altri paesi europei inclusi Italia e Regno Unito - ha l'obiettivo di sperimentare l'installazione in pianta stabile del microchip.

di Alfonso Maruccia