Ricerca Scientifica
Gli articoli che potrai leggere in basso sono in ordine crescente di pubblicazione.
4 Giugno 2010
Le Scienze del 04-06-2010
Una retina
artificiale da staminali embrionali
La struttura composta da otto strati di tipi cellulari differenti è stata
ottenuta grazie a una sofisticata tecnica di differenziazione delle staminali
Ricercatori dell'Università della California a Irvine sono riusciti a creare una
iniziale struttura retinica a otto strati a partire da cellule staminali
embrionali. Si tratta, fra l'altro, della prima struttura tissutale
tridimensionale ottenuta con cellule staminali.
Si tratta, osservano i ricercatori, del primo passo verso lo sviluppo di retine
trapiantabili per la cura di malattie come la retinite pigmentosa e la
degenerazione maculare che colpisce oggi milioni di persone.
"Abbiamo prodotto una struttura complessa formata da molti tipi cellulari", ha
spiegato Hans Keirstead, che ha diretto la ricerca e firma con i collaboratori
un articolo in corso di pubblicazione sul Journal of Neuroscience Methods. "Si
tratta di un grande progresso nella sfida alle malattie della retina."
In studi precedenti sulle lesioni al midollo spinale, il gruppo di ricerca di
Keirstead aveva progettato un metodo in cui le cellule staminali embrionali
umane potessero indirizzarsi a diventare cellule di uno specifico tipo
cellulare.
In questo studio i ricercatori hanno utilizzato la tecnica di differenziazione
per creare i molteplici tipi cellulari necessari alla retina. La sfida maggiore,
ha detto Keirstead, è stata la loro ingegnerizzazione. Per mimare i primi passi
dello sviluppo retinico, i ricercatori hanno infatti avuto bisogno di bisogno di
mettere a punto una tecnica ingegneristica che permettesse di creare ben
calibrati gradienti microscopici di sostanze atte a indirizzare la
differenziazione cellulare nelle soluzioni in cui sarebbero state immerse le
cellule staminali.
I ricercatori hanno iniziato alcuni test sperimentali su modelli animali per
valutare il livello di miglioramento della visione che può essere offerto da
queste strutture retiniche. In caso di risultati positivi potranno essere
successivamente iniziati test clinici. (gg)
13 Giugno 2010
Il Giornale di Brescia
Un intervento
«anti-età» Nuovi trattamenti per la cataratta
BRESCIA. In Italia quasi un over 65 su sette soffre di cataratta e ogni anno
sono più di 500mila le persone che si sottopongono a intervento. All’Istituto
Laser Microchirurgia Oculare tecniche all’avanguardia consentono non solo di
eliminare ogni problema di opacizzazione del cristallino in maniera rapida e
indolore, ma anche di correggere allo stesso tempo altri difetti visivi.
Dottor Pinelli, come intervenite sulla cataratta?
«Con una procedura rapida, indolore e, per casi selezionati, bilaterale. Il
paziente, che generalmente considera la cataratta come una "malattia", trova in
Ilmo la soluzione del problema in pochi minuti».
In che cosa consiste la tecnica?
«Il cristallino viene sostituito con una lente personalizzata capace di ridare
la visione per lontano e per vicino contemporaneamente. Questo rende la
cataratta in Ilmo un intervento anti-età. Dopo l’intervento i pazienti si
sentono bene, più giovani e vitali. Quanto alla procedura, con poche gocce di
anestesia sotto forma di collirio, è assolutamente indolore e i pazienti vanno a
casa dopo pochi minuti dall’operazione. Il giorno dopo sono operativi nelle
proprie mansioni professionali e private, nonché sportive».
Quando è opportuno sottoporsi all’intervento?
«Quando le opacità iniziali si acuiscono e le immagini appaiono sempre più
confuse e i colori sbiaditi, l’uso degli occhiali non è più sufficiente. In fase
avanzata, se non si è posto rimedio, si può giungere anche alla perdita della
vista, che può comunque essere pienamente recuperata a seguito dell’intervento
chirurgico».
Quanto dura il trattamento?
«L’intervento, eseguito in day surgery, dura meno di dieci minuti. Il paziente,
lo ribadisco, non avverte dolore né durante né dopo il trattamento. La visione
si riacquista in modo rapido e progressivo già dopo poche ore e, generalmente,
raggiunge la stabilità nel giro di una settimana».
Si potrà dire addio agli occhiali dopo l’intervento?
«Sì, oggi la cataratta si può operare per fini refrattivi, ossia per togliere il
difetto visivo per lontano e anche per vicino. Questo significa che ci si può
liberare dall’uso dell’occhiale in modo definitivo».
È vero che l’operazione può essere effettuata solo nelle stagioni fredde?
«Assolutamente no. La si può effettuare anche d’estate. Anzi, in quella stagione
le richieste sono davvero numerose».
21 Giugno 2010.
Retina artificiale dalle cellule
staminali embrionali
Le retine così ottenute potranno curare la retinite pigmentosa e la
degenerazione maculare
Una sofisticata tecnica di differenziazione delle cellule staminali ha permesso
a un gruppo di ricercatori dell’Università della California di creare la prima
struttura retinica composta da otto strati di tipi cellulari differenti. Si
tratta della prima struttura tissutale tridimensionale ottenuta con cellule
staminali, il primo vero passo verso lo sviluppo di retine trapiantabili per
curare gravi malattie quali la retinite pigmentosa o la degenerazione maculare.
Il direttore della ricerca Hans Keirstead, insieme al suo gruppo di ricerca, si
era precedentemente dedicato a studi sulle lesioni del midollo spinale. In
questa sede aveva progettato una metodologia di differenziazione delle cellule
staminali, proprio per permettere la ricreazione dei diversi tessuti.
La creazione del tessuto retinico è una delle derivazioni di questo metodo, che
però non è semplice come sembra. I ricercatori, per permettere lo sviluppo della
prima retina, hanno infatti avuto bisogno di perfezionare una tecnica
ingegneristica estremamente sofisticata, necessaria per creare tutte le
tipologie cellulari che compongono la retina, e soprattutto per innescare la
differenziazione cellulare. Era infatti necessario calibrare con precisione
millimetrica gradienti microscopici delle particolari sostanze nelle quali vanno
immerse le cellule staminali che diverranno poi tessuto retinico.
I test sperimentali sono ora in fase di esecuzione su modelli animali, per
valutare il livello di miglioramento della visione che queste strutture possono
apportare. Appena i risultati positivi saranno riscontrati i test clinici veri e
propri avranno inizio.
Lo studio del dottor Keirstead è in corso di pubblicazione sul Journal of
Neuroscience Methods.
25 Giugno 2010
Le Scienze
Una terapia genica restituisce la vista
ai topi
Nuove prospettive terapeutiche. Con l'introduzione di una particolare proteina
nei coni difettosi si è riusciti a ripristinare negli animali affetti da
retinite pigmentosa la cascata trasduttiva necessaria alla visione
La terapia genica può offrire una via di recupero della vista in topi colpiti da
retinite pigmentosa: è quanto annunciato in un articolo pubblicato sulla rivista
Science da un’ampia collaborazione di ricerca che ha coinvolto, tra gli altri,
il Friedrich Miescher Institute (FMI) di Basilea, in Svizzera, e i centri
francesi INSERM e Institut de la Vision.
La retinite pigmentosa e una forma di degenerazione ereditaria della retina che
colpisce coni e bastoncelli, i due tipi di cellule sensibili presenti nella zona
centrale della retina che convertono la radiazione luminosa in impulsi nervosi.
La malattia porta inizialmente alla degenerazione dei bastoncelli, che sono
responsabili della visione notturna. Via via che progredisce, coinvolge anche i
coni, responsabili della visione diurna. Mentre però i bastoncelli vengono
distrutti, i coni sopravvivono nell’organismo per lunghi periodi, anche quando
ormai è sopraggiunta la cecità. Questa circostanza ha portato i ricercatori del
Friedrich Miescher Institute (FMI) e dell’Institut de la Vision a sviluppare una
terapia genica per ristabilire la funzione visiva dei coni “dormienti” ma ancora
presenti.
Allo stadio a cui sono intervenuti gli studiosi, sebbene i coni difettosi non
possiedano più la capacità di reagire alla stimolazione luminosa, mantengono
comunque alcune proprietà elettriche e le loro connessioni coi neuroni della
retina interna che normalmente trasmettono l’informazione visiva al cervello.
Precedenti studi avevano dimostrato come i canali ionici sensibili alla luce
fossero in grado di modulare l’attività elettrica di vari neuroni in cui erano
stati introdotti.
Gli studiosi hanno così proceduto introducendo una proteina, attraverso un
vettore utilizzato nella terapia genica, in grado di accoppiare la stimolazione
luminosa al trasporto ionico, reintroducendo così la cascata trasduttiva
necessaria alla visione e ricreando un sistema fotoelettrico biologico
funzionante.
I risultati paiono molto promettenti, soprattutto alla luce delle conferme
ottenute da Serge Picaud e colleghi dell’Institut de la Vision utilizzando
retine umane in coltura e vettori terapeutici compatibili con le cellule umane.
(fc)
29 Giugno 2010
Medicina: Proteina
rida' vista a malati Retinite Pigmentosa
ROMA. Una proteina introdotta attraverso un vettore usato per la terapia genica
riattiva la vista nei malati di retinite pigmentosa, una degenerazione retinica
che danneggia coni e bastoncelli dell'occhio e porta progressivamente alla
cecita'. La scoperta dell'efficacia della proteina e' il frutto di una ricerca
internazionale condotta da diversi istituti, tra cui il Friedrich Miescher
Institute di Basilea, in Svizzera e i centri francesi INSERM e Institut de la
Vision, pubblicata su Science. La retinite pigmentosa attacca prima i
bastoncelli, responsabili della visione notturna, poi vengono coinvolti anche i
coni, implicati nel processo di visione diurna. I ba stoncelli vengono
distrutti, mentre i coni sopravvivono nell'organismo per lunghi periodi, anche
quando sopraggiunge la cecita', mantenendo delle proprieta' elettriche e le loro
connessioni coi neuroni della retina interna che trasmettono l'informazione
visiva al cervello. Continua a leggere questa notizia.
Il ricercatori si sono concentrati proprio sui coni 'dormienti'. In topi affetti
da retinite pigmentosa e' stata introdotta una proteina, capace di accoppiare la
stimolazione luminosa al trasporto ionico ricreando un sistema fotoelettrico
biologico funzionante che ha ripristinato la vista. I ricercatori stanno
proseguendo su questa strada e all'Institut de la Vision sono in corso
sperimentazioni con retine umane in coltura e vettori compatibili con cellule
umane. (ANSA).
30 Giugno 2010
Marketpress
Una nuova
speranza per i milioni di persone affette da Retinite Pigmentosa
BRUXELLES - Alcuni scienziati finanziati dall´Ue sono riusciti a risvegliare
coni visivi inattivi, un traguardo che potrebbe aiutare a salvare milioni di
persone dal diventare ciechi. I coni inattivi, che normalmente rimangono
nell´occhio anche dopo che è sopravvenuta la cecità, sono stati riattivati con
successo da un team internazionale di scienziati sotto la guida dell´Istituto
Friedrich Miescher in Svizzera e dell´Institut de la vision in Francia. I
risultati sono stati pubblicati sulla rivista Science. Lo studio è stato in
parte finanziato da due progetti dell´Ue: Reticirc ("Circuit specific approaches
to retinal diseases"), finanz iato con 2,25 milioni di euro nell´ambito del tema
"Salute" del Settimo programma quadro (7° Pq) e Neural Circuit ("Combining
genetic, physiological and viral tracing methods to understand the structure and
function of neural circuits"), sovvenzionato con un Contributo di eccellenza
Marie Curie nell´ambito del Sesto programma quadro (6° Pq). Oltre 2 milioni di
persone in tutto il mondo soffrono di un gruppo di malattie molto vario
denominato retinite pigmentosa. La retinite pigmentosa è una forma ereditaria di
degenerazione della retina, caratterizzata da una progressiva perdita della
vista che porta alla cecità. La malattia colpisce i fotorecettori, cellule che
trasformano la luce in impulsi. Questi impulsi vengono elaborati dalla retina e
inviati al cervello attraverso fibre nervose. Ci sono due tipi di fotorecettori:
bastoncelli e coni. I bastoncelli ci permettono di vedere di notte. Con
l´avanzare della malattia, i bastoncelli sono i primi a essere colpiti e, alla
fine, di strutti. I coni sono responsabili della percezione dei colori e
dell´alta acuità visiva durante il giorno. Sono i secondi organi a essere
colpiti dalla malattia ma, al contrario dei bastoncelli, i coni rimangono
nell´organismo anche quando smettono di funzionare. Anche se non possono più
rispondere agli stimoli luminosi, i coni mantengono comunque alcune proprietà
elettriche e legami con alcuni neuroni della retina che mandano informazioni
visive al cervello. Fino ad ora non era chiaro se questi coni fossero
accessibili per gli interventi terapeutici. Il dott. Botond Roska dell´Istituto
Friedrich Miescher e il suo team di neurobiologi hanno sperimentato una terapia
genetica usando alorodopsina archeobatterica, una proteina fotosensibile che
recupera la funzionalità delle cellule coni danneggiate. Il loro studio ha
mostrato che la rete di cellule esistente era in grado di riprodurre molte delle
complicate funzioni che trasformano la luce in un segnale neuronale. Secondo il
team , le cellule inattive rappresentano un´importante via per l´intervento
terapeutico in quelle malattie nelle quali si perde la funzione dei
fotorecettori. "Crediamo di aver trovato un metodo terapeutico valido che
potrebbe in definitiva contribuire a far scendere il numero di pazienti di
retinite pigmentosa," ha detto il dott. Roska. Ha aggiunto che il team sta
attualmente esaminando i pazienti per selezionare quelli che potrebbero trarre
maggior beneficio dalla nuova terapia. Per maggiori informazioni, visitare:
Science: http://www.Sciencemag.org/ Friedrich Miescher Institut (Fmi):
http://www.Fmi.ch/ Institut de la vision:
http://www.Institut-vision.org/
30 Giugno 2010
ITnews.it del
L’occhio bionico ridarà la vista ai
ciechi?
Gli interessanti sviluppi della ricerca mondiale sui nuovi impianti elettronici
per la retina
ROMA. La ricerca sull’occhio bionico procede a piccoli ma promettenti passi. In
tutto il mondo 20 diversi team sono al lavoro per realizzare il sogno di un
occhio sintetico che funzioni perfettamente come già accade, ad esempio, per le
protesi acustiche per gli audiolesi. Il problema, oggi come in passato, è che
l’occhio è una struttura particolarmente complessa e delicata; inoltre quello
dell’ottica sintetica è un campo in cui l’alta ingegneria medica ha ancora
difficoltà a fare grandi balzi in avanti.
Ciò nonostante, alcuni impianti elettronici sulla retina sono già stati
realizzati. Recentemente il MIT di Boston ha sviluppato un nuovo prototipo che
può ridare la vista a persone affette da un certo tipo di cecità. Anzi, per
essere più precisi: può aiutarle a vedere meglio. Questo tipo di impianto,
rimpiazzando le funzioni delle cellule retinali, ha la capacità di fornire un
certo grado di visione di base a quei pazienti affetti da retinite pigmentosa o
da degenerazione maculare dovuta all’età avanzata – due disfunzioni dell’occhio
che risultano essere le principali cause di cecità.
Questa specie di occhio bionico, cioè, non è in grado di produrre ancora
un’immagine di alta qualità; quello che riesce a sintetizzare ha una definizione
molto bassa. Basta guardare questa simulazione, realizzata da un gruppo di
ricercatori del Tokyo Institute of Technology, per rendersene conto.
Per riuscire a riprodurre sinteticamente una visione di buona qualità, molto
vicina alla realtà, ci sarebbe bisogno di una protesi retinale ad altissima
risoluzione in grado di elaborare migliaia (milioni) di pixel a velocità
elevate, in quanto gli apparecchi che sostituiscono le funzioni della retina
hanno l’arduo compito di rimpiazzare milioni di cellule fotorecettrici presenti
nell’occhio. Ma perché tutto ciò sia possibile occorrono ancora decine di anni
di studio e di avanzamento tecnologico.
Come funziona dunque la nuova protesi messa a punto dal MIT? Si tratta di un
paio di occhiali speciali su cui è montata una piccola videocamera che fornisce
i dati dell’immagine catturata a un chip incastonato nel titanio e montato sulla
superficie esterna del bulbo oculare. Il processore passa i dati al sistema
nervoso attraverso un gruppo di elettrodi fissati sotto la retina con la
funzione di stimolare il nervo ottico. Non solo: gli occhiali hanno anche la
funzione di trasmettere energia alle bobine che circondano i bulbi oculari.
Lo sviluppo di questa tecnologia di altissimo livello ha richiesto studi lunghi
e accurati; il MIT ha lavorato sul Boston Retinal Implant Project per 20 anni. I
ricercatori iniziarono a testare gli elettrodi su sei pazienti videolesi solo 10
anni fa.
Il professor John Wyatt – l’ingegnere elettrico a capo degli scienziati di
Boston - ha intenzione di testare il prototipo su nuovi pazienti per i prossimi
3 anni. Per il momento delle prove sono state eseguite solo sui maiali; in
questo caso, comunque, gli impianti hanno dimostrato di essere resistenti,
reggendo per circa 10 mesi senza alcun danno alla parte elettronica.
Nel luglio scorso a 30 pazienti - provenienti da tutte le parti del Mondo – è
stato impiantato l’Argus II. Questa protesi retinale, sviluppata dalla Second
Sight di Sylmar (California), è composta da una griglia di 60 elettrodi fissata
alla retina. La sperimentazione, seppur iniziata da pochissimo tempo, ha già
mostrato qualche timido ma promettente risultato. In questa intervista
realizzata dalla BBC un uomo cieco ha dichiarato che ora, grazie alla protesi, è
in grado di percepire una linea bianca presente sul pavimento e di riuscire a
distinguere un paio di calzini bianchi da uno di calzini neri.
In questo video dal titolo “Bionic Eye by 2020” il professor Nigel Lovell
dell’Università del New South Wales ha dichiarato che creare un occhio bionico è
molto complesso, prendendo come termine di paragone la non semplice evoluzione
nel passaggio dalla radio alla tv.
Uno dei problemi fondamentali nello sviluppo di queste raffinate tecnologie
consiste nel capire dove sia meglio sistemare gli elettrodi che trasmettono le
immagini al nervo ottico. Ci sono diverse scuole di pensiero a riguardo. Ad
esempio, “Bionic Vision” - il gruppo di ricercatori australiani con cui
collabora il professor Lovell - è propenso a sistemare gli elettrodi al di sopra
della retina, mentre il MIT è convinto che il posto giusto sia al di sotto.
Difatti, così agendo, sarebbe necessario un intervento di chirurgia meno
invasivo e si ridurrebbe il rischio di lacerazione della retina.
4 luglio 2010
Il Corriere della Sera
Questa è la dieta che protegge dalla
cataratta
Più frutta e verdura, meno grassi e sale.
Una dieta sana, ricca di minerali e vitamine antiossidanti, può contribuire a
tenere lontana la cataratta. Lo rivela una ricerca dell'University of Wisconsin,
pubblicata sulla rivista Archives of Ophthalmology. Nello studio americano sono
state analizzate le abitudini alimentari di più di 1.800 donne di età compresa
tra i 55 e gli 86 anni, delle quali il 29 per cento presentava la cataratta in
almeno un occhio e il 16 per cento era già stato sottoposto a un intervento di
sostituzione del cristallino opacizzato in un occhio. Incrociando le
informazioni sul regime nutrizionale con quelle sulla malattia oculare, i
ricercatori hanno appurato che le donne che avevano mantenuto nel tempo una
dieta più si vicina ai consueti consigli per una sana alimentazione (molta
frutta e verdura, pochi grassi e sale) avevano avuto un rischio minore di andare
incontro all'opacizzazione del cristallino.
«I nostri risultati indicano che una dieta sana è più strettamente collegata a
una minore incidenza di cataratta di qualunque altro fattore di rischio
modificabile o protettivo hanno sottolineato gli autori . Questi dati confermano
quindi, una volte di più, il ruolo protettivo di una corretta alimentazione.
Alcuni interventi sullo stile di vita possono dunque davvero contribuire a
ridurre il fardello della cataratta e dell'intervento chirurgico necessario per
curarla».
«Lo sviluppo della cataratta non è solo collegato all'invecchiamento, ma anche
allo stile di vita conferma Matteo Piovella, presidente della Società
oftalmologica italiana . Per esempio, è ormai evidente che il fumo può avere
effetti dannosi sull'occhio, mentre, come ribadisce lo studio in questione,
determinati cibi possono avere ripercussioni positive sulla retina e sul
cristallino. Tra i meccanismi coinvolti nello sviluppo della cataratta c'è il
danno ossidativo ed è proprio su questo fronte che probabilmente si gioca
l'effetto protettivo, visto che cibi ricchi di vitamine e minerali contrastano
il danno ossidativo. Purtroppo, però, non è facile misurare con esattezza questo
effetto. Di sicuro, però, possiamo dire che comportamenti virtuosi, come seguire
un'alimentazione equilibrata, fare attività fisica, non fumare, hanno
ripercussioni positive sull'organismo nel suo complesso».
Il messaggio è chiaro: mangiare «bene» rappresenta una strategia efficace per
proteggersi dallo sviluppo della cataratta, anche se quello che ci si può
assettare non è un'abolizione del rischio, ma, al massimo, un allontanamento del
momento di insorgenza del problema.
«Se ai nostri occhi giova sicuramente una dieta con ragionevoli quantità di
frutta e verdura e, di conseguenza, di sostanze antiossidanti, non ha senso,
invece, ricorrere all'uso di integratori di vitamine eminerali puntualizza Paolo
Nucci, docente di Malattie dell'Apparato Visivo all'Università di Milano . Una
supplementazione senza controllo o senza un'effettiva indicazione rischia
addirittura di avere ricadute negative sull'organismo».
Insomma, meglio imparare a nutrirsi correttamente piuttosto che cercare
scorciatoie.
Non solo carote per conservare una vista giovane.
Quando si parla di alimenti e salute degli occhi vengono subito in mente le
carote. Secondo le ricerche più recenti, però, prima ancora di queste, sono gli
spinaci a dover essere citati fra gli alimenti salva vista. Infatti, se è vero
che le carote sono ricche di betacarotene, che nell'organismo viene trasformato
in vitamina A, indispensabile per il processo visivo, è però anche vero che
l'ampia diffusione di questa vitamina negli alimenti rende improbabile una sua
carenza, almeno nel caso di persone sane con una dieta varia. Non si può invece
dire lo stesso per la luteina e la zeaxantina, due carotenoidi contenuti
soprattutto in spinaci, cavolo riccio, cime di rapa, lattuga, broccoli, uova che
nell'organismo si concentrano in modo particolare nella zona centrale della
retina, la macula lutea, sede della visione distinta, dove si ritiene che essi
svolgano un'azione protettiva nei confronti della degenerazione maculare senile,
patologia che rappresenta la principale causa di cec ità, dopo i 65 anni nel
mondo industrializzato. Ma anche altri fattori dietetici sembrano influire sul
rischio di questa malattia. In particolare, in un recente studio condotto negli
USA e pubblicato da Ophthalmology, nel quale si sono analizzati gli apporti
dietetici di più di 4 mila uomini e donne fra i 55 e gli 80 anni di età, si è
osservato che il consumo regolare di una combinazione di nutrienti (soprattutto
vitamine C ed E, zinco, luteina, zeaxantina e gli acidi grassi omega 3) e di una
dieta a basso indice glicemico aveva un effetto protettivo nei confronti della
degenerazione maculare senile. Le diete a basso indice glicemico sono quelle
nelle quali prevalgono, come fonti di carboidrati, alimenti che comportano
aumenti contenuti della glicemia, come legumi, avena e orzo, mentre è ridotto
l'apporto di zuccheri e cereali raffinati. «Al momento, comunque, precisa
Vincenzo Parisi, responsabile dell'Unità operativa di Neurofisiologia della
Visione e Neuroftal-mologia Fondaz ione G.B. Bietti-IRCCS, Roma non disponiamo
di evidenze scientifiche sufficienti per suggerire l'uso di integratori di tali
nutrienti nella popolazione sana allo scopo di prevenire la degenerazione
maculare senile. Diverso è il discorso per coloro che già si trovano nello stato
iniziale della malattia nei quali, invece, una integrazione mirata con
carotenoidi ed altri antiossidanti può essere utile». E quali sono, invece, i
fattori dietetici che possono avere un ruolo negativo per la salute dell'occhio?
Oltre ad una dieta ad alto indice glicemico, un elevato consumo di acidi grassi
trans è stato associato con un aumentato rischio di degenerazione maculare.
Anche l'obesità è considerata un fattorie di rischio per questa ed altre
malattie oculari, comprese quelle legate al diabete di cui essa rappresenta un
fattore favorente. «Non dimentichiamo, poi, aggiunge Rosario Brancato, fondatore
e direttore scientifico dell'European Journal of Ophthalmology, già professore
di Oftalmolo gia all'Università San Raffaele di Milano il rischio rappresentato
da un eccesso di bevande alcoliche. Del resto, che l'alcol possa influenzare le
capacità visive è confermato dal fatto che, anche in quantità non esagerate, può
già portare ad alterazioni della percezione dei colori. L'abuso di bevande
alcoliche può portare, ancor più se associato al fumo, ad una degenerazione
progressiva del nervo ottico con danni permanenti alla vista».
4 luglio 2010
L'Arena
Nuovi trattamenti per la cataratta
In Italia quasi un over 65 su sette soffre di cataratta e ogni anno sono più di
500mila le persone che si sottopongono ad intervento. All'Istituto Laser
Microchirurgia Oculare (ILMO) tecniche all'avanguardia consentono non solo di
eliminare ogni problema di opacizzazione del cristallino in maniera rapida e
indolore, ma anche di correggere allo stesso tempo altri difetti visivi.
Dottor Pinelli, come intervenite sulla cataratta?
«Con una procedura rapida, indolore e, per casi selezionati, bilaterale. Il
paziente, che generalmente considera la cataratta come una "malattia", trova in
ILMO la soluzione del problema in pochi minuti».
In che cosa consiste la tecnica?
«Il cristallino viene sostituito con una lente personalizzata capace di ridare
la visione per lontano e per vicino contemporaneamente. Questo rende la
cataratta in ILMO un intervento anti-età. Dopo l'intervento i pazienti si
sentono bene, più giovani e vitali. Quanto alla procedura, con poche gocce di
anestesia sotto forma di collirio, è assolutamente indolore e i pazienti vanno a
casa dopo pochi minuti dall'operazione. Il giorno dopo sono operativi nelle
proprie mansioni professionali e private, nonché sportive».
Quando è opportuno sottoporsi all'intervento?
«Quando le opacità iniziali si acuiscono e le immagini appaiono sempre più
confuse e i colori sbiaditi l'uso degli occhiali non è più sufficiente. In fase
avanzata, se non si è posto rimedio, si può giungere anche alla perdita della
vista, che può comunque essere pienamente recuperata a seguito dell'intervento
chirurgico»
Quanto dura l'intervento?
«L'intervento, eseguito in Day Surgery, dura meno di dieci minuti. Il paziente,
lo ribadisco, non avverte dolore né durante, né dopo il trattamento. La visione
si riacquista in modo rapido e progressivo già dopo poche ore e, generalmente,
raggiunge la stabilità nel giro di una settimana».
Si potrà dire addio agli occhiali dopo l'intervento?
«Sì, oggi la cataratta si può operare per fini refrattivi, ossia per togliere il
difetto visivo per lontano e anche per vicino. Questo significa che ci si può
liberare dall'uso dell'occhiale in modo definitivo».
L'operazione può essere effettuata solo nelle stagioni fredde?
«La si può effettuare anche d'estate. Anzi, in questa stagione le richieste sono
davvero numerose».
12 Luglio 2010
Il Tirreno
Glaucoma, novità contro l’irritazione
dell’occhio
In farmacia si può acquistare un prodotto a base di prostaglandina. Il
medicinale è disponibile in fascia A e dunque non si paga
FIRENZE. Per i pazienti affetti da glaucoma (l’aumento della pressione
all’interno dell’occhio), c’è una positiva novità: è disponibile in farmacia, in
fascia A nota 78, quindi a totale carico del Servizio sanitario nazionale, la
prima ed unica molecola a base di prostaglandina senza conservanti- tafluprost -
per il trattamento delle forme croniche e dell’ipertensione oculare. Come si è
detto nella conferenza stampa di presentazione svoltasi a Milano, il prodotto ha
mostrato di garantire, a parità d’efficacia di altre molecole in uso,
significativamente meno sintomi e segni d’irritazione oculare. Secondo l’Organizazione
Mondiale della Sanità - ha precisato Roberto Carassa, presidente
dell’Associazione Italiana Prevenzione Glaucoma onlus - il glaucoma è una delle
principali cause di disabilità visiva nei paesi industrializzati. Si stima che
quasi 800 mila persone ne siano affette in Italia, ma si calcola che la metà non
ne sia a conoscenza poichè la malatti a è, nella maggior parte dei casi, senza
disturbi. In termine popolare è chiamato anche il “ladro silenzioso della nostra
vista”, proprio per questa sua pericolosa caratteristica.